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utente anonimo in E' da moltissimo che...
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Non ho mai pensato a questa parola prima di tre mesi a questa parte.
E soprattutto non ho mai realizzato quanto fosse poco musicale e fastidiosa da pronunciare… con la lingua che batte sui denti e sul palato.
Non voglio tediarvi con i dettagli di questo tour de force – attualmente non abbiamo il wc, le finestre, un’anta dell’armadio (i trasportatori ne hanno rotto il vetro… niente di grave, la parte difficile è stata spiegare a mia madre che non si trattava di uno specchio, visto che pare non abbia dormito tutta la notte pensando ai sette anni di disgrazia) lo scarico della lavatrice, il lavello e i fornelli collegati…
In compenso abbiamo: polvere (“e cenere”) dappertutto, scatoloni e bustoni, cocci e residui di mattoni, tinta, colla e finestre inutili da smaltire, un buco nel muro del bagno (e io che chiedevo di chiudere la finestra che c’era corrente, povera ingenua), una parte di muro della cucina demolita, un buco nel vano della tapparella, un camino incompleto – toglietegli lo scalpello per favore!! - camere ancora da tinteggiare, balconi da scrostrare, finestre da tagliare e scartavetrare, la casa in affitto in cui siamo da pulire e svuotare delle ultime cose… il tutto entro domani mattina.
Ma mi dicono che una volta dentro la nuova casa faremo tutto piano piano e con calma.
Grazie inviare una dose di ottimismo in busta chiusa. O forse è meglio due.
E' con vivo piacere che comunico ai presenti che siamo finalmente riusciti a trovare una casa (per chi se lo fosse perso rimando all'articolo in questione di qualche mese fa…)
Giornata importante quella di ieri, segnata da una pioggia strana, acqua e terra dal cielo e io e il mio consorte, temerariamente ci siamo armati di caschi e giubbotti e siamo andati in banca, dove ci attendeva il mitico notaio (ho scoperto che i notai si riconoscono da lontano… occhiali, passo leggero e aria stralunata, voce sottile e calma, stretta di mano morta, rigorosamente in grigio). Dopo una quarantina di autografi e qualche domanda, dopo la consegna di 2 assegni circolari e un fugace scambio di sguardi “leggimi_nel_pensiero SCAPPIAMO?” ci hanno finalmente consegnato le chiavi, originali di 20 anni fa (a dire dell’ormai ex proprietario).
La confusione regnava sovrana nella mia testa, Massi pensava solo al caffè e alle paste per riprendersi dalla sensazione di calo di zuccheri e di dinero nel conto, magicamente sgonfiatosi come un palloncino, neanche il tempo di vederli accreditare…
“Dai orsù, andiamo tosto nella nuova magione! Voglio rivederla!!! La nostra magione!!”
A parte un po’ di nervosismo che non vi sto a spiegare ma penso sia legittimo vista la tensione di tutti questi mesi, siamo finalmente andati nella nuova casa (dove dire nuova è un eufemismo visto che trattasi di appartamento di 20 anni di età). Sapevamo che avremmo trovato sporco, ma non a quei livelli… abbastanza scoraggianti le pareti e i vetri delle finestre, con varie decorazioni di fiori e uccelli colorati kitchissimi che mi chiedo non avevano un cazzo di meglio da fare questi qua… e soprattutto non ci aspettavamo di trovare il ricordo dei loro gatti sul balcone… oooopss.. devono essersi dimenticati di portar via la lettiera con tanto di cacca dei loro adorabili micini… oooopss devono essersi anche dimenticati di portar via 5 bustoni di spazzatura, lasciati con grande maestria nel box auto (da cui il titolo del post)… sì, veramente dei gran signori…
In ogni caso con le loro bassezze non hanno contaminato questo nostro momento di allegria, e abbiamo brindato alla nuova casa, che presto cambierà aspetto, e magari anche nome...
Cito da Repubblica:
Schels, gli scatti tra vita e morte
"Le mie foto per vincere la paura"
Ventiquattro coppie di scatti raffigurano altrettante persone
riprese qualche giorno prima e qualche ora dopo il grande passo
di MASSIMO RAZZI
La dolce rassegnazione di Michael Foge, morto di cancro al cervello 50 anni nel pieno dei suoi anni migliori, il rassegnato stupore di Edelgard Clavey, deceduta a 67 anni che, pochi giorni prima di andarsene, diceva: "La morte è un test di maturità. Voglio disperatamente morire. Ma è un lavoro duro...".
Rassegnazione, stupore, dolore, paura, serenità, abbandono.. Sentimenti appena accennati su un volto, ma, nello stesso tempo, profondissimi. Sentimenti che si possono leggere nella straordinaria mostra "Life before death" in corso (fino al 18 maggio) a Londra alla Wellcome Collection di Euston Road.
Una serie di fotografie che affrontano il tema devastante dei confini della vita e addirittura li superano con grande rispetto e un approccio disperatamente umano e partecipe. Sono 48 scatti che rappresentano i volti di 24 persone (da una bambina di 17 mesi a un anziano signore di 83 anni) fotografati pochi giorni prima e poche ore dopo il decesso. Una specie di Antologia di Spoon River fotografica.
L'autore è Walter Schels, un fotografo tedesco di 72 anni che da tempo si è imbarcato in un progetto difficile e affascinante. Con lui ha lavorato Beate Lakotta, una giornalista poco più che quarantenne, che ha scritto, per ciascuna coppia di immagini, una breve biografia della persona raffigurata: pochi accenni alla sua vita, poche ma significative righe sugli ultimi giorni dei protagonisti" e, soprattutto, sul loro approccio al grande passo.
Schels spiega che l'idea è nata, forse, per esorcizzare la "sua" paura della fine della vita. Una paura che aveva radici profonde nell'agghiacciante visione delle vittime di un bombardamento a Monaco di Baviera quando era bambino. Poi il progetto ha preso corpo in una specie di "missione" alla ricerca di soggetti da rappresentare in quel momento così alto e particolare.
Stranamente, trovare le persone disponibili è stato facile. Schels e Lakotta hanno fatto il giro degli "hospices" di Amburgo, residenze ospedaliere per malati terminali, e hanno trovato grande disponibilità: "Quasi tutte le persone che abbiamo contattato ci hanno detto di sì: che erano interessate ad essere inserite nel progetto".
"La prima volta eravamo terrorizzati, siamo entrati di corsa in quella stanza e abbiamo fotografato il corpo così com'era, steso nel suo letto". Schels e la sua partner venivano chiamati a tutte le ore del giorno e della notte per scattare l'immagine della persona appena deceduta che doveva fare il paio con quella presa qualche giorno prima ad un essere umano che ancora parlava e si esprimeva magari anche solo attraverso un respiro affannoso o un piccolo gesto. Col tempo, e con il consenso dei familiari, si è deciso di sistemare i corpi nella stessa posizione in cui erano stati ritratti in occasione della prima foto.
Il risultato è straordinario e 50 mila persone sono state attratte dal fascino di questa mostra nella prima esposizione organizzata al Deutsches Hygiene-Museum di Dresda. Le immagini mostrano una vera folla nei lunghi saloni alle cui pareti sono appese, a due a due, le fotografie di Schels. Sono persone qualsiasi, persino famiglie con bambini, che guardano con rapita attenzione il mistero squadernato davanti ai loro occhi.
Il mistero di Edelgard e di Michael o il mistero di Heiner Schmitz che mostra uno sguardo arguto nel primo ritratto, quello del 19 novembre, e sembra aver capito molte cose in quello del 14 dicembre appena morto. Heiner era un pubblicitario di 52 anni. Nella sua camera all'hospice si svolgevano veri e propri party: amici e amiche del suo ambiente venivano a trovarlo spesso. Si mangiava e si beveva allegramente nella sua stanza e non si parlava della morte vicina: "Nessuno mi chiede come mi sento - diceva Heiner poco prima di lasciare questo mondo - Tutti sono terrorizzati alla sola idea di parlarne. Ma non lo capiscono? Io sto per morire e non riesco a pensare ad altro ogni secondo che passo da solo". Forse Heiner ha accettato di "salire a bordo" del progetto di Schels anche per far capire qualcosa ai suoi superficiali amici.
Più difficili da accettare sono le foto "prima e dopo" di alcuni bambini. Anche per loro, ovviamente, Schels ha chiesto e ottenuto il permesso: almeno quello dei genitori nel caso di Elmira Sang Bastian, morta di tumore a 17 mesi il 23 marzo del 2004. Elmira era nata con una gemellina che sta benissimo. Probabilmente, il cancro era già in lei quando è venuta al mondo. I medici dissero che non c'era nulla che potessero fare per salvarla. Sua mamma, Fatemeh Hakami, non si diede mai per vinta: "Come può Dio avermi donato la gioia di due figlie per poi riprendersene subito una?". E la donna, fedele musulmana, pregava cercando di capire e chiedendo al suo Dio di farle comprendere il perché di un disegno tanto assurdo". Elmira è morta in un giorno assolato. Nella foto "prima" il suo piccolo volto esprime forse la stessa domanda della madre, in quella "dopo" sembra una bellissima bambola di porcellana.
Se volete guardare le foto cliccate qui
Non so esprimere la commozione che mi hanno suscitato, le parole sono superfle.